Diario
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01/04/2014

Evviva.

Ieri è entrata in vigore la disciplina AgCom in materia di pirateria di contenuti audivosivi protetti da diritto d’autore e di proprietà intellettuale. Sono un libertario di sinistra. E ritengo tale disciplina non liberticida e necessaria. Mi indigna l’uso disinvolto che in troppi fanno dei contenuti audiovisivi scaricati illegalmente dalla rete.

E magari sono miei amici che si professano legalitari, favorevoli alla giustizia sociale e alla solidarietà. Leggono Il Manifesto o Il Fatto quotidiano o La Repubblica. E poi se ne fregano di editori e autori che hanno investito anni e ingenti risorse per realizzare un film o un prodotto audiovisivo. E li scaricano senza pietà. Come se io rubassi la loro macchina e la sfracellassi contro un muro, senza nemmeno chiedere scusa. Come se entrassi in casa loro e approfittassi delle loro cose care, se mi sedessi sul loro divano sporcandolo di cioccolata, se dormissi con la loro donna, donna nel loro letto lasciando indelebili tracce del passaggio amoroso. Come se andassi nel loro bagno, mi facessi la doccia, senza asciugare il vetro o sistemare gli asciugamani.

L’argomento tipico, poi usato dallo scaricatore seriale, mi fa ancora più arrabbiare. Dicono che loro scaricano solo film americani e chi se ne frega delle major. Ecco, ancora peggio: sintomo di un populismo d’accatto. Che mi faceva arrabbiare quando quattro esaltati pazzi distruggevano le vetrine delle banche di Napoli, Praga o Genova nel 2001 e si ritenevano più rivoluzionari di me. Che il mondo volevo e voglio cambiarlo davvero. Conoscendolo. Non spaccando vetrine che qualche poveraccio sfruttato dovrà ripristinare, mentre le banche si fanno pagare i danni dalle assicurazioni. Alla stessa maniera non ci si rende conto che scaricare illegalmente un film americano, alla fine della giostra, danneggia anche produttori, distributori e – dunque – lavoratori italiani.

Insomma, la pirateria di contenuti audiovisivi è una cosa seria.
E seria è, fortunatamente, la disciplina AgCom che colpisce i service provider e non i giovani (o non giovani) scaricatori seriali.

Per questo, anche per questo, trovo utilissima questa sentenza della Corte di giustizia europea. Che apre la strada a molte cose interessanti e utili. Perché tu, mio caro amico scaricatore seriale, ladro finto inconsapevole, ladro al pari di chi ruba negli appartamenti o scippa le borsette alle anziane per strada, tu mio caro benpensante con la tua condotta amorale e doppiamente falsa stai affamando un autore e rovinando un’impresa che faticosamente ha realizzato un prodotto creativo e culturale. E, quel che è peggio, stai arricchendo una Telecom, che non restituisce nulla a chi crea contenuti creativi. E ti vende tariffe flat.

E nemmeno ti chiedi perché fai quel che fai. Magari costruendoci attorno la peggiore delle retoriche possibili: la libertà della rete. Che non è nulla senza contenuti. Sì, perché libertà della rete, significa libertà di scambiare conoscenza, informazioni, flussi di contenuti. Non di rubare impunemente contenuti audiovisivi realizzati con fatica e passione da altri, diversi da te.

E, si dà il caso, mia cara merda, che siamo oltre 300mila persone – solo in Italia – a vivere di questo. E tu, se non lo hai capito, in nome della tua libertà del piffero, stai mandando a morte una città di medie dimensioni, con tutto quello che l’abita.

P.s.
Le obiezioni sulla legittimità dell’Agenzia per le Comunicazioni sono pelose assai. Rimaniamo al punto: la pirateria è giusta o socialmente ed economicamente inaccettabile. Se vale la seconda chiunque se ne occupi, purché in modo non repressivo, è benvenuta. Se invece vale il primo argomento allora smettetela di menare il can per l’aia, che siete ridicoli e non vi crede nessuno. Tranne forse qualche politico in cerca di consenso a due lire.

P.s. 2
L’Anica ha varato ieri la piattaforma legale di offerta audiovisiva, si chiama ONDE e gira su www.mymovies.it. Si aggiunge a Chili e ad altri player VOD del settore. Non ci sono più scuse. Volete vedere un vecchio film? Iscrivetevi alla Mediateca regionale pugliese e tramite Mlol potrete avervi accesso gratuito. Volete vedere un film di library o current? Andate su ONDE e avrete tutto quel che cercate a soli 1,99 euro. E pagherete il prezzo giusto per un’opera dell’ingegno e della organizzazione italiana o internazionale.

Fonte:

“La Corte di Giustizia UE è intervenuta su un recente caso che nasce dalla denuncia della casa di produzione austriaca Constantin Film Verleih.
Questa società aveva chiesto, e ottenuto, dalla magistratura austriaca di imporre all’Internet Service Provider UPC Telekabel l’accesso agli abbonati al sito pirata kino.to. Su kino.to erano infatti disponibili illegalmente per il download diversi titoli filmici di proprietà della Constantin. Un successivo ricorso del provider contro il provvedimento di blocco ha rimandato la decisione (su esplicita richiesta della Corte supreme austriaca, l’Oberster Gerichtshof) alla corte UE. Quest’ultima basandosi sulla direttiva dell’Unione Europea sul diritto d’autore conferma che un fornitore di accesso ad Internet che (come, appunto, Telekabel) permette ai suoi abbonati l’accesso via Web a contenuti protetti da copyright messi a disposizione degli utenti da un terzo si pone come un intermediario i cui servizi sono utilizzati di fatto per violare il diritto. La direttiva a cui fa riferimento la Corte dispone anche che non è necessario dimostrare che gli abbonati del provider consumino effettivamente i contenuti; si prevede infatti che gli Stati membri debbano adottare le misure necessarie non solo per bloccare le violazioni ma anche per prevenirle. Nel caso in cui diritti fondamentali, non solo come il copyright ma anche quello di libera impresa (in questo caso degli ISP) e la libertà di informazione degli utenti vengano in conflitto fra loro, gli Stati membri sono tenuti a fondarsi su un’interpretazione del diritto dell’Unione e del proprio diritto nazionale per garantire un giusto equilibrio.”

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28/03/2014

Fare la guerra con il cinema.

Leggete queste e ditemi, non è forse che i russi voglion fare la guerra con il cinema?

“Il Parlamento russo, secondo quanto riportato questa mattina da ‘The Hollywood Reporter’, starebbe per introdurre una legge che limiterebbe il numero di film stranieri distribuiti in Russia. Secondo quanto riportato dalla rivista specializzata, il numero di film non dovrebbe superare il 50% dei 350 titoli che in media, ogni anno, vengono distribuiti in Russia. Questo provvedimento, se approvato, costringerebbe i distributori russi a fare in modo che almeno la metà dei titoli dei loro listini siano nazionali. I film americani, però, sono determinanti per il box office tanto è vero che il 70% degli incassi è ottenuto dai film provenienti dagli Stati Uniti (l’anno scorso il box office totale russo è stato di 1,3 miliardi di dollari).”

Fonte: eduesse.it

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19/03/2014

Baumi.

Karl Baumgarten, conosciutissimo da tutti con il soprannome di “Baumi” è morto ieri.
Era un uomo solare, intelligente, vivo, ricco di interessi e attenzioni per tutti e per le storie del mondo intero.
L’ho conosciuto tanti anni fa, per una coproduzione e lo abbiamo poi avuto nostro ospite nella edizione 2012 del Forum Euromediterraneo di Coproduzione.
Ci mancheranno il suo sorriso, la disponibilità, la sua grandezza fatta di modestia e curiosità.
E ci mancheranno i suoi innumerevoli, incredibili film.
Produttore versatile di qualità, a cavallo tra Germania, Italia e il mondo intero, ha spiegato a me e Daniele Basilio in un’ora di chiacchierata più cose dell’industria del cinema europeo lui, di mille convegni, mille libri, mille inutili seminari.

Ho appreso solo ora della sua sconfitta finale. Ne sono addolorato profondamente. Completamente rattristato.

Ciao Baumi.

Fonti:

Pandora Film

Variety

Imdb

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17/03/2014

Analisi sulla tv.

Ecco una ennesima, puntuale e utile analisi di Stefano Balassone che condivido sin nelle pause.

“Rai e Mediaset venti anni fa si spartivano il 90,5 per cento degli spettatori (il residuo andava disperso fra le tv locali); quest’anno sono al 72,6 per cento.
Un arretramento vistoso, ma platonico perché dovuto alla crescita della pay tv che non intacca – se non marginalmente – i ricavi pubblicitari delle vecchie reti generaliste. E tuttavia Rai e Mediaset sono strette dai problemi del bilancio e non paiono avere un’idea di sé nel futuro. Del resto il futuro hanno sempre preferito allontanarlo piuttosto che affrontarlo.
Ad esempio, venti anni fa, mentre, come oggi, scadeva la Convenzione ventennale con lo stato, Raiuno (guardando all’intera giornata) era precipitata al 17,2 per cento, dietro Raidue al 17,4, mentre Raitre, la cenerentola dei budget, ancora diretta da Angelo Guglielmi, era riuscita in pochi anni a inerpicarsi dallo zero virgola al 10 per cento, e aveva ancora ampi margini di crescita.
Le cifre confermavano quel che gli addetti ai lavori già sapevano e cioè che l’idea paternalista di Servizio Pubblico alloggiata nella prima rete Rai era esaurita e perdeva spettatori a fiotti nonostante che prima Agnes e poi Pasquarelli (i direttori generali espressi dalla Dc) vi avessero iniettato vagonate di soldi a spese della stabilità dell’azienda.
Preso atto di quella crisi, poteva essere il momento della svolta. E invece prima i “professori” poi il cda Moratti-Marchini (ma anche i cda a maggioranza di centrosinistra che seguirono), scelsero di usare pezzi delle reti ex “minori”per rimpannucciare la decaduta ammiraglia. Come uno che uccidesse Renzi per trapiantarne gli organi in Berlusconi e farlo sopravvivere a se stesso. Così, dopo altri venti anni, ci risiamo: Raiuno, è ricaduta al minimo storico di venti anni fa; ma nel frattempo Raidue è precipitata al 6 per cento (era al 17,3) e Raitre è scesa al 6,9 (era al 10).
Sempre di quei tempi (fine ’94), Berlusconi sloggiato dopo pochi mesi da Palazzo Chigi accarezzò l’idea di consolidare il business stravincendo negli ascolti (i suoi giunsero perfino ai pour parler con la squadra della terza rete Rai). Ma poi, visto che come leader della destra riusciva comunque a proteggere i suoi affari, si concentrò a spremere i vantaggi del duopolio (dove la Rai sbarra l’ingresso alla concorrenza aliena, ma senza farla in proprio perché la legge impone un plafond ai suoi ricavi pubblicitari).
In quello stagno duopolista se la Rai arretrava, Mediaset si guardava bene dall’avanzare, tanto i profitti erano comunque assicurati, e ancora oggi le due aziende si rispecchiano con Canale5 alla stessa quota (18 per cento) di Raiuno e la coppia Italia1 e Rete4 al 6 per cento come le dirimpettaie Raiuno e Raidue.
A smuovere lo stagno è però arrivata la crisi della pubblicità: quella congiunturale, ma interminabile, collegata all’andamento dell’economia; ma anche quella strutturale dovuta al sorgere della concorrenza del web, dove Google e soci se ne infischiano del duopolio e della legge Gasparri che lo ingessa. Tanto la crisi congiunturale quanto quella strutturale prendono il duopolio in contropiede, arroccato sui primi sei tasti del telecomando e in un pulviscolo di offerte minori. Un assetto dispersivo, che per struttura impedisce il formarsi delle masse critiche di risorse necessarie per rompere l’assedio e realizzare prodotti capaci di farsi largo nel mercato globale
Se fossimo in un mondo guidato dalla razionalità, qualcuno (il governo per la Rai; la famiglia per Mediaset) dovrebbe smontare questo assetto di canali-barchetta per condensarlo in due o tre bastimenti veri. E senza vergognarsene (perché perfino la Bbc, che ha il triplo dei soldi Rai, ha appena tolto dal telecomando e trasferito al web il canale Bbc3. E Bbc4 sta per seguire) giacché non esistono alternative. Tranne quelle irragionevoli, anche se provvisoriamente furbette, sempre adottate in passato.”

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17/03/2014

Depressione

Vorrei cadere in depressione o in letargo quando leggo notizie come quella che riporto qui sotto.
Eppure,eppure penso che una delle ragioni per cui Netflix non sbarchi in Italia sia dettata anche da una struttura di mercato asfittica, che impedisce al produttore di tenersi i diritti di sfruttamento del proprio film (e della propria fiction), diritti che cadono ostaggio dei network televisivi. Bloccando così lo sviluppo di un mercato vero, maturo, concorrenziale dei diritti audiovisivi.

E allora, tra ristrettezze di banda larga e di mercato puro, non ci rimane che vedere sempre lo stesso film.
In tutti i sensi.

 

Fonte: Eduesse

Per Netflix, il mercato europeo è un obiettivo strategico. Il colosso fondato da Reed Hastings, proprio quest’anno, metterà infatti a segno dei colpi importanti nel suo piano di espansione nel Vecchio Continente dove, ricordiamo, è presente in Gran Bretagna, nella regione scandinava e in Olanda. L’esordio del servizio di SVod in Francia è ormai praticamente certo: il numero uno di Orange, Stéphane Richard, in un’intervista recente a Radio Classique ha infatti confermato il lancio del servizio entro quest’autunno. Non mancano certo i problemi per l’esordio di Netflix sul mercato transalpino soprattutto per quanto riguarda l’obbligo che avrebbe la società americana di sostenere le produzioni audiovisive locali. E se anche in Germania tutto sembra procedere affinché Netflix possa debuttare entro fine anno, l’Italia rimarrà certamente al palo per quest’anno: l’esordio del servizio sembra rimandato al 2015. Le cause? Su tutte la mancanza di adeguate infrastrutture a banda larga, con una percentuale di penetrazione nettamente al di sotto della media di altri mercati europei. Così come la scarsa diffusione nel nostro Paese di Tv di ultima generazione.

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17/03/2014

Stupidari

Un assessore della destra pugliese, a secco di poltrone e desideroso di pubblicità, ha inaugurato lo sport preferito di talune opposizioni: sparare contro il popolo.
Attaccare il Bif&st, infatti, è oltremodo stupido. Per due buone ragioni.

La prima è che poi occorre essere coerenti, per il passato e per il futuro e non si deve più chiamare nessuno di Apulia Film Commission per chiedere di entrare gratis alle anteprime serali del Petruzzelli. Perché delle due l’una: se un festival è provinciale, non ci si va nemmeno. Ma se invece non lo è, i biglietti si comprano, come tutti gli altri.

La seconda ragione attiene al buon senso politico che, mi rendo conto, mal si concilia con la disperazione politica della inconsistenza: il Bif&st è seguito da decine di migliaia di persone, che vengono da tutta la Regione e da fuori Regione. Lo dicono gli albergatori, i tassisti, i commercianti.
Mettersi contro queste categorie e, soprattutto, contro i tantissimi entusiasti spettatori di tutte le età e le condizioni, vuol dire, semplicemente, essere stupidi.

Come dice il saggio Aurelio De Laurentis, infatti, “il cinema è l’intrattenimento dei poveri” e come tale va rispettato e amato e protetto.
Noi lo facciamo discretamente bene. E dalla nostra abbiamo gli spettatori.
Tutto il resto è noia, noia, noia.

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05/03/2014

Una questione popolare.

Trovo la cagnara che sui social si sta facendo sulla programmazione in TV (su Canale 5!) de “La grande bellezza” davvero ridicola.
Personalmente, pur essendo schiettamente schierato dall’altra parte politica, non ho mai fischiato – come i tanti deficienti seduti accanto a me – il marchio Medusa quando passava alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia prima di un loro film. Penso che nel mercato radiotelevisivo possa esserci chiunque (a patto, però, di impedirne l’ascesa al governo e la candidatura al Parlamento, così come anche le indebite pressioni sulla politica in ogni senso e per non lasciar dubbi parlo qui del signore che prese la tessera numero uno del Pd) e che più attori ci sono, meglio è per il Paese.

Penso che programmare in TV sia stata una cosa utile, perché ha allargato la platea sfruttando il trend immediato, cosa che non sarebbe stata possibile se il film avesse rispettato le finestre che, per vetusta consuetudine, impediscono a un film di apparire in televisione prima di molti mesi dalla sua uscita cinematografica, come se i pubblici fossero statici e ossificati dentro uno schema temporale e non piratassero liberamente i contenuti audiovisivi, procurandosi – tramite la rete – ogni proprio desiderio.

Tanti ragazzi e ragazze, tante donne e uomini che non avrebbero altrimenti mai visto il grande film di Sorrentino si sono sentiti chiamati a farlo come nessuna uscita sala avrebbe potuto e saputo fare.

Insomma, miei cari snob, leggetevi “Il desiderio di essere come TUTTI” di Francesco Piccolo e smettetela di menare il can per l’aia. Altrimenti sarete sempre sconfitti.
E lo sconfittismo è l’altra faccia della brutta medaglia che si chiama minoritarismo. Che altra cosa è dall’essere minoranza.
E’, invece, l’atteggiamento mentale di chi si ritiene, ingiustamente, migliore del proprio prossimo.

Penso incidentalmente che l’uscita solo televisiva favorisca il solo broadcaster, mentre l’uscita sala aiuta la produzione indipendente a raggiungere un successo anche finanziario, tanto più dopo lo sforzo per la campagna Oscar. E penso servano gli escalator per i produttori. Ma qui servirebbe un lungo altro ragionamento.

Infine, per capirsi ancor meglio sui flussi, è bene leggiate questo ennesimo intelligente ragionamento di Stefano Balassone.

Cit.:

È merito delle donne (e specialmente delle ragazze) se la tredicesima edizione del Grande Fratello, dopo un intero anno di astinenza e senza risentire della crescita della pay-tv e dal pullulare dei “canalini”, ha raccolto all’esordio lo stesso numero di spettatori (attorno ai sei milioni) della edizione passata, compensando dal lato femminile qualche perdita di uomini e ragazzi. Sarà che il programma riesce a evolvere, tanto che stavolta c’è anche una ragazza che, per un incidente d’auto ha perso un braccio, come citazione non involontaria da Braccialetti rossi, la fiction di Raiuno in onda alla domenica, che sta spopolando fra gli stessi giovani che seguono il GF. Mentre nella stessa sera ai nonni, che il GF proprio non lo reggono, ci pensava il commissario Meschino, con Luca Zingaretti, ormai un icona di riferimento per le classi di età più avanzate.

Braccialetti Rossi, il Grande Fratello e Luca Zingaretti (nelle sue varie incarnazioni) rappresentano casi di generalismo “segmentato”: raccolgono cioè platee vaste, ma diversamente caratterizzate sul versante generazionale, sociale e/o territoriale. Mentre, come tutti sanno, un esempio di generalismo “pieno”, forse l’unico, è da sempre il Festival di Sanremo. Ma da ieri sera dobbiamo aggiungere, e verrà studiato a lungo, il caso del “film giusto al momento giusto”, quale sembra essere La grande bellezza. Più di otto milioni di spettatori che si sono sorbiti anche gli interminabili intervalli pubblicitari (alla faccia del “non si spezza una emozione”) arrivando a vedersi ciascuno in media il 60% dell’intera durata. L’aspetto più sorprendente è che il pubblico del Grande Fratello si sia trasferito, pari pari, nell’audience del film di Paolo Sorrentino (a parte il dileguarsi più che scontato dei fanciulli e fanciulle fino ai 14 anni) trovandosi in compagnia delle tipologie di spettatori che di solito se ne stanno arroccate in Raitre e La7 (e infatti ieri sera Ballarò ha dimezzato il risultato e La7 è stata praticamente cancellata).

Basti dire che tra i laureati lo share ha sfiorato il 50%, molto di più che per la finale di Sanremo e quattro volte di più rispetto alla sera precedente per l’esordio del Grande Fratello. Tutto il pubblico delle élites ieri sera non ha avuto dubbi e, caso più unico che raro, è restato a casa apposta per vedere il film dell’Oscar (tant’è che gli spettatori della tv superano di qualche centinaio di migliaia quelli della sera precedente).

In altri termini, come nei tentativi di fusione nucleare controllata, le componenti del pubblico che reciprocamente più si respingono, sono state costrette in un’unica platea dalla forza di pressioni inusitate e smisurate: la curiosità per l’Oscar, ma anche la fierezza – renziana e farinettiana – per il riconoscimento al “made in Italy; il vuoto di senso, ma anche la consapevolezza del medesimo; la voglia di indulgenza nell’altro mondo inseguita fin sulla cima della Scala Santa, ma anche la impossibilità di accontentarsene in questo mondo di perenne crisi e crescente disoccupazione. Etc, etc. Insomma, il cocktail giusto (a quanto pare dall’accoglienza) di curiosità mondana e lettura partecipe, di attualità e di eternità.

E noi ci vediamo anche un incoraggiamento a superare il nostro “generalismo segmentato”, dove sette canali si affannano ogni sera a sminuzzare in target la vasta platea, privandoci delle “case comuni”, che altrove esistono eccome (pensiamo a BBC1 e ITV in Inghilterra, a TF1 e France” in Francia, a Das Erste e ZDF in Germania). Chissà se nella “politica del fare” si troverà lo spazio per indurre le nostre aziende televisive a darsi quel tanto di riorganizzazione che ci metta nella condizioni di far trovare al paese una possibile convivenza mentale. Che a quanto pare è possibile, perfino tra uno spot e l’altro.

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03/03/2014

Auditel.

L’Auditel non spiega tante cose. Molte però le dice. E la progressione di queste sei settimane in compagnia dei Braccialetti rossi è formidabile.
Siamo orgogliosi di aver preso parte a questa avventura bellissima e di accoglierla ancora nell’immediato futuro.

Watanka!

 

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03/03/2014

Che bellezza.

Ho iniziato a lavorare nell’industria del cinema (e dunque dei media) nel 2001.
Conobbi molto presto, appena giunto a Roma, Nicola Giuliano con la sua Indigo e poi Paolo Sorrentino con il suo formidabile “L’uomo in più”, l’opera prima più folgorante del decennio scorso. E direi pure di quello successivo.
Nel 2004 ricordo ancora come fosse oggi l’ansia e i pesi che divisi con Domenico Procacci, allorquando importammo in Francia le pizze (erano 7 forse?) appena terminate in laboratorio de “Le conseguenze dell’amore”, in concorso quell’anno a Cannes. Altro film epocale e decisivo per la carriera di Paolo.

E ricordo quando Nicola Giuliano mi aggiustò il papillon sul mio abito nero prima del montée de marche infiocchettato di rosso. E quando il presidente della giuria di quell’anno, Quentin Tarantino, scoppiò a ridere di gusto, da solo, al centro dell’enorme sala cannense alla scena del passante che sbatte al palo della luce per seguire il profilo di Olivia Magnani e un gigantesco Toni Servillo li osserva dalla finestra.

Quel che è accaduto stanotte a Los Angeles riporta alla mia mente le mozioni dell’affetto, sincero, per produttori e un autore considerati ancora giovani che non hanno mai fatto a patti con le sirene che vogliono normalizzare il nostro cinema, standardizzandolo in una melassa inconsistente e gommosa.

Quel che, con loro, ha visto il riconoscimento del premio più ambìo per chi fa il nostro mestiere, è l’industria italiana della produzione culturale. Una miscela di ambiti creativi, tecnici, economici, organizzativi che ora siede, dopo 15 anni, sul tetto del mondo grazie a un autore, ai suoi produttori e a tutti coloro i quali, ogni mattina, credono nella cultura come fattore di qualità sociale.

Da quel 2004 anche io sono cresciuto. Un po’ anche con loro e grazie a loro. Oggi, da giovane uomo, affaticato per la semi nottata, brindo alla qualità italiana. Alla nostra grande bellezza.

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27/02/2014

ll vero oggetto del contendere.

Riporto, pari pari, il post di Stefano Balassone di ieri.
Lo condivido in pieno.

“Ministra Guidi, ci stupisca!
E smentisca i brutti pensieri su quel colloquio fitto fitto fra Renzi e Berlusconi
pubblicato in Odiens, Europa 26 febbraio 2014

I bigliettini autografi scambiato fra Renzi e Di Maio («buoni a nulla» vs «inaffidabili») sono mosse di scacchi in funzione della campagna elettorale. Ma, altro che di quei pizzini, tutti parlano dei cinque(?) minuti a tu per tu fra Renzi e Berlusconi e sono pronti a giurare che abbiano parlato di come fregare la Rai per favorire Mediaset. Vecchio schema, in vigore da quaranta anni. Ma forse si è parlato d’altro (l’amico Putin?) perché il futuro di Rai e Mediaset ci pare ormai tracciato al di là di ogni confabulazione.

Quaranta anni fa la Rai era il 100% della televisione (e anche della radio); con l’arrivo di Mediaset ne è divenuta la metà; oggi, con l’espandersi della pay tv e delle offerte free “di nicchia”, nonché con l’ingigantimento di Google nella raccolta pubblicitaria, sia Rai sia Mediaset raccolgono, a dire molto, un quarto per ciascuno del complessivo consumo di audiovisivo (e chiunque abbia figli in casa lo constata facilmente).

In pratica i vecchi duopolisti sono figli del loro tempo e non di quello attuale che li prende in contropiede perché cercando di resistere agli eventi hanno aperte più botteghe di quante ne possano rifornire. Mosse da monopolisti della distribuzione che ha messo in difficoltà non solo loro, ma anche i sopraggiunti tant’è che Sky, in Italia e solo in Italia, vede bilanci rossi, perché con tanta merce esposta gratis dal Cavallo e dal Biscione non riesce a far crescere i suoi clienti quanto vorrebbe e potrebbe.

Ma ormai con l’aumentare delle piattaforme di distribuzione (effetto internet) il boccino è passato definitivamente nelle mani dei content provider (quelli che hanno ricchi magazzini  di produzione propri) a scapito dei cosiddetti gate keeper, quelli che un tempo tenevano le chiavi dell’accesso al pubblico. Quindi, qualsiasi cosa si siano detti Renzi e Berlusconi, sia Rai sia Mediaset devono pensare a ridurre il perimetro aziendale, a partire dal numero dei canali. Mediaset potrebbe anche contemplare l’idea di cercare un padrone internazionale, capace di rivaleggiare con Murdoch. Mentre la Rai, che con i suoi 2,5 milioni di ricavi ha comunque un peso enorme nel sistema Italia, ha il problema di ri-farsi accettare dal paese accettando di cambiare radicalmente le priorità di spesa.

La parola magica è “produzione”, al di là di ogni consumata retorica sul “Servizio Pubblico” e sulle rivendicate glorie passate. Ad esempio, l’operazione nostalgia a Sanremo ha fatto cilecca e semmai, ha rivelato una forte voglia di novità; invece con la fiction del maestro Manzi il tuffo nel nostro passato è riuscito, riscuotendo un solido 24%, con un plebiscito degno di Montalbano tra il pubblico femminile, anche nelle classi di età meno anziane. Quasi a suggerire, perché in tv il parere delle signore conta di più, che il possibile destino della Rai sia quello di «produrre  le nostre storie»”. Se poi riuscirà a farlo in modo da interessare  anche i pubblici esteri, tanto meglio per la bilancia commerciale e l’occupazione.

Chissà se ne ha la minima idea la ministra Guidi, il cui dicastero è stato finora la cassaforte del disastro industriale chiamato legge Gasparri e un cui ex vice ministro – del passato governo – si è perfino esibito nell’idea, da curatore fallimentare, di mettere i bollini blu alla programmazione Rai “meritevole” di canone. Suscitando sì le risate del mondo, che neanche il bunga bunga, ma anche l’acquolina ai denti dei piranha delle pubbliche sovvenzioni. Quando si dice “rilancio”. In discarica.

Quindi, cara ministra, ora ci stupisca, e smentisca i brutti pensieri su quel colloquio fitto fitto fra il giovane leader e il vecchio marpione.”

Fonte: Europa quotidiano

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